ott 31

E’ circa l’una di notte quando esco dal piccolo aeroporto di Bamako, nella calda aria notturna. Nulla a che vedere con le scene poetiche dei film in cui qualcuno realizza il sogno di una vita. Dovrebbe sì esserci mia sorella a riabbracciarmi, invece mi assalgono innumerevoli voci: “Taxi, Madam? Téléphone, Madame?” Mi guardo attorno e pian piano focalizzo un nutrito gruppo di ragazzi che mi assedia.

Dopo un attimo di stordimento rispondo di no, grazie, che non mi serve niente. Pessima scelta, avrei fatto meglio a far finta di non capire. Ripartono alla carica tutti assieme, è davvero qualcosa che mi fa saltare i nervi nel giro di 30 secondi, ma tanto è inutile, come avrò occasione di comprovare innumerevoli volte qui in Africa. Faccio il giro dello spiazzo, nel nero imperante il volto di mia sorella sarebbe una lampadina, facile da individuare. Se ci fosse.

Mi siedo un attimo, appoggio lo zaino, ed eccoli che tornano alla carica: “ Chi cerca? La aiuto io! Come si chiama?” Non posso fare a meno di ridere data l’assurdità della domanda, come se, una volta che gli avessi detto come si chiama mia sorella, lui fosse veramente in grado di fare in modo che si materializzi davanti ai miei occhi. Inizio a maledire la mia poca accortezza: ho solo un numero di telefono, né un indirizzo né altro. Almeno dovessi andare ad un hotel avrei qualche speranza, ma staremo a casa di un’amica. Nessuna risposta al mio messaggio, rimango stranamente calma anche quando mi accorgo che non riesco a chiamare.

Mi siedo per terra e sto lì, lasciando  vagare il mio sguardo curioso. Mi sento chiamare, è mia sorella con la sua amica olandese pazza furiosa, che si addossa candidamente la colpa dicendo:

-         Ero sicura che saresti arrivata verso le 4 del mattino, non ho mai sentito dire da nessuno che i voli della tua compagnia arrivano in orario.

Mi pareva di essere ad una rappresentazione del teatro dell’assurdo. Volevo spaccarle la testa ma la stanchezza ha prevalso. Un sorriso e – Sì, tutto bene il viaggio.

ott 31

Scalo “tecnico” significa che chi continua il viaggio rimane al suo posto: scendono solo i passeggeri che si fermano a Ouaga, salgono quelli della tratta Ouaga- Bamako, final destination. Dev’essere circa mezzanotte, sono abbastanza stanca. Mentre siamo fermi mi si avvicina uno steward libico, che comincia a parlarmi in inglese:

- Ma il tuo amico scende qui? – Il “mio amico” è un italiano appena conosciuto con cui mi son messa a chiacchierare, che mi raccontava del suo viaggio in Burkina. Il classico hippy italiano, di Brescia o Milano, già non ricordo, un viaggiatore incallito che lavora in banca. Avremo parlato ininterrottamente, e riso, mentre qualcuno magari voleva dormire, tra Tripoli e Ouaga. Sandali indiani, t-shirt e pantaloni sgargianti, al polso cuoio sudamericano. Dice che sono UGUALE IDENTICA ad una sua amica spagnola, solo forse un po’ più alta. Allora perché inizia con l’immancabile “Where are you from?” con inequivocabile accento italiano? Gli rispondo con un “ItAAlia” che non lascia adito a dubbi, dopo che in tre giorni ho preso della marocchina da un marocchino, della napoletana da un burkinabé e della spagnola da un italiano!

-         Sì. – Lo steward si sporge in avanti tra il corridoio e il mio sedile, che fortunatamente è il terzo da dove sta lui. Saremo rimasti in quattro passeggeri sull’aereo, gli altri tre sono lontani almeno di quattro o cinque file di sedili.

-         E tu continui da sola? – che poi in inglese non si capisce mai se ti danno del tu o del Lei.

-         Sì. – Risatine e commenti vari dei suoi colleghi alle nostre spalle, in arabo, non li capisco ma è evidente che stanno parlando di noi..

-         Che cosa fai in Mali? Viaggi da sola?

-         No, c’è mia sorella che mi viene a prendere all’aeroporto. Visito il Paese.

-         Ma non c’è niente da vedere in Mali. Dovresti venire in Libia!

-         Magari la prossima volta… – (O magari no…)

-         Sai, anche noi, voglio dire l’equipaggio, ci fermiamo a Bamako qualche giorno prima di ripartire. Sarebbe bello vederci. In che albergo alloggi?

-         Niente albergo, sto da un’amica di mia sorella.

-         Ci vorrebbe un numero di telefono…

-         Ma io ho solo quello italiano…

-         Neanche io ne ho uno maliano…

-         Peccato.

-         Eh, sì.

Molto prosaicamente devo fare la pipì, ma non ho nessuna voglia di sfilare davanti all’equipaggio per andare alla toilette. Certo che manca ancora a Bamako! Chissà che ripartiamo, non so che cosa continuiamo ad aspettare qui. Siamo solo tre donne, non è rassicurante: io e due tipe velate, un’araba e una maliana. E l’hostess nera, che non capisco se sia in combutta con gli altri, che penseranno che sono una “donnina allegra” come tutte le occidentali. Che nervi!

Finalmente mi raccapezzo con gli orari, anche se non mi tranquillizzo per niente. Salgono i nuovi passeggeri e l’equipaggio ha da fare. Si riprende il volo.

ott 31

Terra arancio spento, cipressi, cespugli e palme che cercano di arrestare l’avanzata del deserto, case appiattite, sbiadite, bianco-rosato o bianco-grigiastro. Accanto a me viaggiano tre sorelline, la mamma e la nonna italiana che parla perfettamente arabo. La seconda, sul sedile vicino al mio, ha bellissimi boccoli corvini e profondi, occhi neri intelligenti. Guarda fuori mentre stiamo atterrando, dice “Libia” e sorride. Dietro, il figlio del signore che ha telefonato ininterrottamente nelle mie orecchie per tre quarti d’ora gli chiede se la costa che si vede dal finestrino è l’Africa. Il padre conferma e il figlio di rimando:

-         Allora è questo “Togo”? Che bel mare!

Il padre spiega che si stanno avvicinando, ma “Togo” è più lontano.

-         Ma allora non è l’Africa!

-         Sì, è un altro Paese.

-         Dov’è la mia casa in questo Paese? Ma abita qui Gesù? (?!?!?!?!?)

I passeggeri sembrano trattenere il respiro. Atterriamo. Applauso. Le lingue si sciolgono, sollevate. Negli occhi di molti la felicità di chi torna a casa, con i vestiti della festa, le donne spesso abbigliate all’africana, gli uomini e i bambini in giacca e cravatta europee, quasi a voler esibire la ricchezza acquisita ( o solo mostrata perché la realtà è ben diversa) tramite questi status symbol.

In aeroporto ci fermano per i controlli relativi all’influenza suina. Controlli che si limitano alla compilazione di un foglio. Ma secondo voi alla domanda “Hai avuto la febbre negli ultimi giorni?” qualcuno ha risposto “Sì”?

Doppio controllo passaporto: sudo freddo e quasi non capisco quello che mi dice l’impiegato in inglese. Mi tremano le gambe, e invece è tutto a posto, mi augura addirittura in italiano “Buon viaggio, Anna!” Balbetto “Thank you” invece di “Shukran” e mi accascio su una sedia in sala d’attesa, attorniata da facce dalle più varie sfumature. Tra mezz’ora l’imbarco.

Sempre interessante sostare in aeroporto. E’ la prima volta che faccio scalo in Africa e mi piace molto questo coesistere di volti velati e non, di musiche, di vestiti occidentali e tradizionali, di religioni, di alfabeti e di linguaggi, mentre il Colonnello ci osserva altero da dietro gli occhiali scuri del suo ritratto (realismo socialista?)

Le partenza sono segnate alternativamente in grafia latina e araba. Sulla sinistra una piccola sala è adibita a moschea, scarpe fuori e uomini che si genuflettono dentro.

Un bianco scalzo scrive su un quaderno. Indossa una divertente maglia verde brillante con stampato un panda. Una signora africana con una gran parrucca di capelli ricci viaggia con due figli per mano e uno sulla schiena. Il maschietto urla isterico, la madre sembra ignorarlo. M’incuriosisce una ragazza velata tutta vestita di bianco, ma passo oltre, so quanto possono essere fastidiosi gli sguardi insistenti. Dietro di me quattro donne: due distese per terra, una con in braccio un neonato, le altre con due bimbi piccoli. Chissà da dove vengono, dove vanno, che lingua parlano.

Magicamente sul tabellone l’orario di imbarco del mio volo slitta in avanti di due ore. Dev’essere una questione di fuso orario ( il Mali è due ore indietro rispetto all’Italia, la Libia suppongo abbia la nostra stessa ora), ma non ne vengo a capo. Mi sa che è inutile chiedere lumi. Per fortuna il mal di testa che mi tormenta da due giorni mi sta concedendo una tregua. Sono stanca, vorrei lavarmi e mettermi dei vestiti belli e profumati. Ancora non ho ben capito quanto durerà il volo, come funziona uno “scalo tecnico” e se l’orario segnato sulla carta d’imbarco è quello di Tripoli o di Bamako. La mania occidentale di voler sempre essere sicuri di tutto! Mi basta salire su quell’aereo e giungere a destinazione, visto che finalmente so che ci arriverò.

 

In aereo, ascoltando una telefonata in ottimo arabo, di un uomo con la pelle di due colori che ripete in continuazione “inchallah”. Mi sembra incredibile, ho passato indenne tutti i controlli e ci siamo: sono in Maghreb e vado in Africa nera, è un sogno che si realizza.Posto finestrino e tre sedili a disposizione perché l’aereo non è pieno. Ce l’ha fatta anche un ragazzo del Burkina appena conosciuto che abita a Meolo e che aveva perso la carta d’imbarco. Si è pure portato appresso una bottiglia d’acqua, in barba a tutte le leggi antiterrorismo dell’Occidente. Comincio davvero a sentirmi in Africa, a rilasciare la tensione nervosa.

Il sole sta scendendo sull’aeroporto di Tripoli, decolleremo al tramonto.

Terracotta sempre più lontana, prima divisa in appezzamenti che non si possono definire campi, poi un villaggio ogni tanto e poi dalla geometria passiamo alle onde concentriche del deserto, grigiofumo. Alcuni rilievi, qualche pista, letti di fiumi, dune. A sinistra le stelle, a destra la luminosità di un sole che continua ad accompagnarmi.