autobus

- Eh no! Ogni volta che prendo l’autobus con te succede qualcosa!
- Semmai sarà il contrario.
- Ma dai, non è possibile, sembra che abbia la batteria scarica…
- Potremmo scendere e prendere il Venezia.
- Sì, bella idea, come l’altro giorno! Me l’hai detto tu: “Se vedi un autobus dimmi che suono”. Io ho visto l’autobus, ma ti avevo avvisato che non avevo letto il nome, sai che sono cieca.
- E siamo scesi per vederci passare davanti un FUORI SERVIZIO, ottimo affare! No, no, io oggi non scendo.
- Ma che fa? Spegne il motore?
- Boh. Ti faccio notare che già due persone sono scese una dopo l’altra, ormai ci siamo solo noi.
- Ehi, sembra che vada meglio ora!
- Saranno stati quei due a portare sfortuna, pare che abbia messo il turbo adesso!
- Poi prendiamo il vaporetto?
- Gli ultimi vaporetti li hanno tolti ai primi del Novecento.
- Il battello, chiamalo come vuoi, la barchetta insomma!
- Sì, e scendiamo a Rialto Mercato.
- Ok.
- Ma poi la strada la sai?
- Sì, sì, sempre dritto…Ah ogni tanto ricordami che mi tiro su la gonna.
- Eh?!?!?!
- Sì, no, cioè, è che mi cade…
- Ma anche tu, mettertene un’altra no? A proposito, che cos’è che andiamo a vedere?
- Un concerto.
- Di che cosa?
- Di preciso a dire il vero non lo so.
- Ti avevo chiesto di informarti!
- Ah sì, aspetta, è un coro che canta in una chiesa.
- Un coro! Che chiesa?
- San Giovanni dell’Elemosina o qualcosa del genere. E non mi chiedere che coro perchè non lo so.
- Speriamo bene…
In battello:
- Ecco ecco, Rialto Mercato, perfetto, no?
- Sì, ma perchè non ferma?
- …
- Allora, se Rialto Mercato era lì, intanto facciamo il ponte e arriviamo lì. E da lì era sempre dritto.
- Ok.
- Era sempre dritto dalla parte delle bancarelle del mercato, quindi siamo giusti.
- Bene. E ora?
Delle ragazzine vistosamente British, biondo cenere lentiggini pelle diafana, camicetta bianca gonna nera come fossero in divisa, scarpette da collegiali, alcune non si sa come con indosso e calze a luglio, distribuiscono dei foglietti verdi.
- Grazie!
- Guarda, è il concerto di un coro! Ma allora…Scusa, dov’è la chiesa di San Giovanni Elemosinario?
- Lì a sinistra.
( Accipicchia potevo parlarci in English almeno!)
Magicamente mi compare davanti l’amico che mi aveva invitata. Si sarà goduto la bella scenetta.
- Ma se ti avevo spiegato tuttoper filo e per segno!
- …
- Comunque non ti preoccupare, non è così noioso come mi aspettavo.
- !!!
Entriamo e ci sediamo su dei banchi scomodissimi. Inquietante l’insegnante alla pianola, fermo come una statua durante le canzoni a cappella. Ci guardiamo intorno e abbiamo l’impressione di essere gli unici italiani. Turisti col gelato, turiste con la pizza…Ma non era una chiesa?
Ad un certo punto mi giro per vedere quanta gente c’è, dato che i banchi sono veramente pochi e molte persone si fermano in piedi dietro. Scorgo un volto conosciuto, sorrido e saluto, stupita. Mi rigiro con in testa alcune titubanti domande e frasi che iniziano con “ma allora…”. Rimando tutto alla fine dello spettacolo.
Il concerto dura tre quarti d’ora, di cui l’ultima mezz’ora, vale a dire il pezzo forte, è costituito da un Gloria a puntate, ogni brano una frase. Ovviamente ce ne siamo accorti alla fine, mettendo assieme i pezzi. Ecco perchè il pubblico non applaudiva durante le pause!
Usciamo e ci avviamo a Piazzale Roma, stavolta a piedi. Me la ricordavo molto più lunga la strada! Meglio così.
- Ho intravisto anche un mio collega.
- Ah sì? E qual era? – mi chiedono con facce incuriosite.
- Era dietro, in piedi, vicino alla porta. Volevo parlarci a fine concerto, ma se n’era già andato.
- Non gli sarà piaciuto…
- A dire il vero, forse…
- Che cosa?
- Beh, neanche due settimane fa ha chiamato a scuola il giorno in cui avrebbe dovuto correggere gli scritti d’esame, spiegando che aveva appena avuto un incidente e gli era impossibile continuare gli esami perchè era immobilizzato.
- Però oggi stava bene!
- Pare di sì…
- Quindi…
- E’ quello che hanno subito commentato tutti i miei colleghi della commissione, che si vedeva che era uno di un certo tipo, che qua, che là. All’inizio gli avevo creduto, insomma se uno dice che sta male io tendenzialmente gli credo, ma forse sono sempre la solita povera ingenua, almeno così mi hanno fatto capire…
- Ce n’è tanta di gente strana in giro!
- Eh sì.
Le ultime parole famose.
- Ma come! E’ pieno e non son neanche le 11 meno venti! – Nota bene: gli autobus da Piazzale Roma partono all’ora e alla mezz’ora, l’ultimo è alle 23:00. – Non possiamo neanche aspettare il prossimo, ci tocca farcela in piedi! Ogni volta che prendo l’autobus con te…
- Semmai sarà il contrario, quando lo prendo io tardi la sera mi siedo sempre.
Solo un attimo dopo ci accorgiamo che un’auto dei carabinieri è ferma al lato dell’autobus e che un carabiniere ed un uomo stanno amabilmente discutendo, l’uno con accento meridionale, l’altro in dialetto veneziano.
- Allora sarà quello delle 10 e mezza che deve ancora partire!
- Probabile.
Ci avviciniamo e saliamo. Gente zitta che osserva, sperando che finalmente si parta. Ci sediamo sugli ultimi posti liberi (- Beh dai, visto che ci siamo seduti comunque? – Sì, ok, ma si cucina su questi posti! ) e guardiamo lo spettacolo, commentato da un’amica del litigante che occupa la porta d’uscita. L’uomo si avvicina con fare minaccioso al carabiniere, scambio di pareri contrastanti che dura ancora qualche minuto, poi l’uomo sale sull’autobus:
- Dai, metti in moto, capo, che ndemo via! Metti in moto!- e all’amica:
- Se sentemo?
- E dove, che xè tuto pien?
- Va ben dai, stemo qua.
E via a spararne di cotte e di crude su quello che era successo, senza che si capisse niente comunque.
L’autista mette in moto, i passeggeri tirano un sospiro di sollievo, usciamo da Piazzale Roma. Non abbiamo ancora raggiunto il Ponte della Libertà che in senso inverso corre un’ambulanza a sirene spiegate.
- Varda ciò, i gera vegnui torte!- Risata generale.
I due amici mangiano grissini: lui altissimo, allampanato, con pantaloni blu e maglia rosa, voce grossa da campagnolo abituato ad alzare un po’ troppo il gomito, lei in carne, vestito in maglina blu elettrico, tinta trascurata ai lunghi capelli neri mal raccolti in una coda, occhi scuri quasi a mandorla verso l’alto, ondeggia avanti e indietro con le braccia da un lato all’altro del corridoio, dando fastidio a chi continua a scansarsi per non rischiare di provocarli.
- Doman a che ora metemo a sveglia? Ae otto? No, mejo ae sette e mesa.
- Ma se ghemo da esar Piazzae Roma ae otto e un quarto, basta che ciapemo queo dee otto! Se alsemo ae otto manca diese e vegnemo zò.
- No, no. Mejo ae sette e un quarto.
- Come sette e un quarto! Basta queo dee otto!
- Sette e un quarto, deciso e punto!
- Mi no me also.
- Eora va finir che te rivi in ritardo. Mi no rivo in ritardo, go da lavorar! Ti fa quel che ti vol! Varda che razza de…
- Dai, hai detto che mi ami…- e si sporge per darle un bacio con fare da ruffiano.
Suonano e si avviano verso l’uscita. E due se ne vanno abbracciati, si chiude la porta ed è come se si chiudesse il sipario.
- Ogni volta che prendo l’autobus con te ci sono di quei personaggi…

pali e fiori strani

Vi è mai capitato di guardare un film adorabile senza sapere che titolo abbia e dopo esservi perso l’inizio? Troppo bello! Un film ambientato in una città che amo da impazzire, pieno di personaggi strampalati come piacciono a me, che se son normali son noiosi, e una storia che non ha nè capo nè coda ma va facendosi così come viene. Mi ricorda un po’ il cinema balcanico. Sono sempre più curiosa e più entusiasta.

Mi sto finalmente capacitando che siamo a metà luglio, il mio sfasamento spazio-temporale sta pian piano migliorando, mi sto ricucendo a me stessa. Stamattina altra svegliataccia, da martedì sono ufficialmente licenziata (mi piace di più pensare che sono in ferie) e ancora non mi sono svegliata una mattina ad un’ora decente, nè ho avuto una mezza giornata di effettivo relax, senza impegni o preoccupazioni che pendano sulla mia testa come tante piccole spade di Damocle.

Fiori strani, personaggi strani, dialoghi lenti.

Insomma stamattina alle 8 e 20 già stavo davanti al centro per l’impiego, assieme a due altre persone che si lamentavano del governo e della crisi. 8:30, aprono, entro, mi fanno una carta senz’anima e mi liquidano. Arrivo davanti ad un’altra porta, stavolta le persone sono 20, italiani e non, in coda, anche loro aspettano l’apertura di un ufficio. Le 9:02, l’impiegata apre ed entriamo. Ognuno schiaccia il bottone rosso e prende il numero che gli spetta. Il mio è il 20.

Il tè verde è pronto. Fisarmonica. Uno strumento di un’altra epoca. Gioco di carte immaginato.

Tre sportelli, due impiegate. Donne incinte o con bimbi piccoli che entrano ogni due minuti ed si intervallano senza numero ogni due utenti agli sportelli. Gente che si spazientisce, un uomo arrabbiato passa avanti a tutti e sostiene di aver chiamato ieri mattina due volte. Gli hanno assicurato di consegnargli oggi dei moduli senza bisogno che faccia la coda. Ma l’impiegata non si rende conto che la gente per andare lì si deve prendere ogni volta un permesso dal lavoro? Quando ha chiamato ieri? Al mattino, due volte! Che moduli? Quelli per la famiglia! Un  attimo che la collega è andata a controllare, mica possiamo sapere tutto noi, se non abbiamo risposto al telefono, anche perchè di moduli ce ne sono tanti qui. Tre sportelli, una persona, donne incinte e bimbi piccoli che aspettano in piedi. Si parlano, si conoscono, con le loro vocine allegre. Una bimba biondissima, occhi azzurrissimi, dice: – Piove! Non  posso trattenere un sorriso.

Lei si toglie le scarpe e scappa di corsa, il ciccione fumatore asmatico la insegue mentre sua madre gli fa degli indovinelli al telefono.

La mamma le mostra il sole estivo che imperversa al di là delle veneziane, ma la bimba non ci crede e ripete: – Piove! Al che dall’altra parte della stanza le risponde un’altra voce frizzante come la sua: – Piove! I bambini creano un altro mondo. Accanto a me una signora commenta che la prossima volta prenderà a prestito un bimbo piccolo pure lei, che tutte queste donne proprio oggi, mentre lei all’epoca li lasciava a casa i figli invece di sfruttarli per far prima negli uffici. Se andiamo avanti così, dice, una persona col numero 20 è come se avesse il 30. E io ho giusto il 20. Mi chiedo se dovrò tornare al pomeriggio, ma al pomeriggio ho il vaccino contro la febbre gialla, o domani, ma il solo pensiero mi dà il voltastomaco.

Accento straniero che recita teatro, muro tappezzato di fotografie. La vita ha deciso altrimenti.

E le navi appaiono anche in questo film. Mi seguono ovunque vada, come ad assicurarmi che l’avventura non è finita.

Tento di leggere, ma non riesco a concentrarmi. D’altronde Mrs Dalloway in lingua originale… Lascio vagare lo sguardo e mi accorgo con ansia crescente che l’ufficio è tappezzato di cartelli per i docenti, con l’elenco della documentazione da consegnare. Che io ovviamente sono ben lontana dall’avere con me. Riapro il mio libro, ormai sono qui, tanto vale aspettare e buttarla sul ridere osservando la gente che quasi si accapiglia.  Almeno quando finalmente arriverò a sedermi sulla tanto agognata sedia, potrò chiedere precisamente che cosa portare.

Un’arma che ha sparato a Caporetto, un ex cantante, un nuovo amore, cappelli di paglia colorati sfondo prato.

Mia sorella dice che la pazienza è la virtù dei forti. Sono davanti all’impiegata, che mi chiede che cosa ho portato. Le mostro tutto, mi fa scrivere e mi dice che va bene, che è tutto a posto. Sicura? Sì. Sicura? Sì. Davvero? Sì.

- Ancora una volta la felicità ha battuto invano alla mia porta.      – E tu hai aperto?

Esco dall’ufficio cento volte più leggera di come ci ero entrata. E per scaricare tutta la tensione accumulata in quel posto di persone infastidite cammino attraverso il centro di una cittadina che non calpestavo da anni, ricordandomi di quando ci passeggiavo da adolescente.

Luci di festa, ballo e musica in campo.

momento

Solo un momento per scusarmi di essere sparita nuovamente per…ho guardato la data dell’ultimo “post” e mi dice 2 maggio, che guarda caso era un festivo. Più di due mesi, malissimo, anche perchè di cose da raccontare ce ne sarebbero davvero a bizzeffe!

Le corse quotidiane però non perdonano, e anche adesso sto qui con un occhio al computer e uno all’orologio, facendo il calcolo mentale delle ore di sonno fino a domani alle 6 e mezza – per chi non lo sapesse sono una gran dormigliona – e ripetendomi che devo spegnere e andare, perchè domani inizio alle 8 spaccate e finisco alle 7 e mezza. Sempre col sorriso però, chè i miei lavori mi piacciono un sacco e a dirla tutta nonostante il gran bisogno di vacanza e di riposo che provo ultimamente, diciamo pure di staccare la spina, mi diverto un mondo e so già che mi mancheranno tutti i volti che mi hanno accompagnata in questi mesi. Davvero non saprei da dove cominciare a descriverveli…

Ma qualcuno lo legge effettivamente questo blog o è qui a far la muffa? Se non lo legge nessuno continuo a prendermela comoda, hehehe.

Un lampo estivo scuote il mio sguardo trasognato immerso in pensieri che nemmeno io so. Buonanotte.