E’ circa l’una di notte quando esco dal piccolo aeroporto di Bamako, nella calda aria notturna. Nulla a che vedere con le scene poetiche dei film in cui qualcuno realizza il sogno di una vita. Dovrebbe sì esserci mia sorella a riabbracciarmi, invece mi assalgono innumerevoli voci: “Taxi, Madam? Téléphone, Madame?” Mi guardo attorno e pian piano focalizzo un nutrito gruppo di ragazzi che mi assedia.
Dopo un attimo di stordimento rispondo di no, grazie, che non mi serve niente. Pessima scelta, avrei fatto meglio a far finta di non capire. Ripartono alla carica tutti assieme, è davvero qualcosa che mi fa saltare i nervi nel giro di 30 secondi, ma tanto è inutile, come avrò occasione di comprovare innumerevoli volte qui in Africa. Faccio il giro dello spiazzo, nel nero imperante il volto di mia sorella sarebbe una lampadina, facile da individuare. Se ci fosse.
Mi siedo un attimo, appoggio lo zaino, ed eccoli che tornano alla carica: “ Chi cerca? La aiuto io! Come si chiama?” Non posso fare a meno di ridere data l’assurdità della domanda, come se, una volta che gli avessi detto come si chiama mia sorella, lui fosse veramente in grado di fare in modo che si materializzi davanti ai miei occhi. Inizio a maledire la mia poca accortezza: ho solo un numero di telefono, né un indirizzo né altro. Almeno dovessi andare ad un hotel avrei qualche speranza, ma staremo a casa di un’amica. Nessuna risposta al mio messaggio, rimango stranamente calma anche quando mi accorgo che non riesco a chiamare.
Mi siedo per terra e sto lì, lasciando vagare il mio sguardo curioso. Mi sento chiamare, è mia sorella con la sua amica olandese pazza furiosa, che si addossa candidamente la colpa dicendo:
- Ero sicura che saresti arrivata verso le 4 del mattino, non ho mai sentito dire da nessuno che i voli della tua compagnia arrivano in orario.
Mi pareva di essere ad una rappresentazione del teatro dell’assurdo. Volevo spaccarle la testa ma la stanchezza ha prevalso. Un sorriso e – Sì, tutto bene il viaggio.
