ott 31

Terra arancio spento, cipressi, cespugli e palme che cercano di arrestare l’avanzata del deserto, case appiattite, sbiadite, bianco-rosato o bianco-grigiastro. Accanto a me viaggiano tre sorelline, la mamma e la nonna italiana che parla perfettamente arabo. La seconda, sul sedile vicino al mio, ha bellissimi boccoli corvini e profondi, occhi neri intelligenti. Guarda fuori mentre stiamo atterrando, dice “Libia” e sorride. Dietro, il figlio del signore che ha telefonato ininterrottamente nelle mie orecchie per tre quarti d’ora gli chiede se la costa che si vede dal finestrino è l’Africa. Il padre conferma e il figlio di rimando:

-         Allora è questo “Togo”? Che bel mare!

Il padre spiega che si stanno avvicinando, ma “Togo” è più lontano.

-         Ma allora non è l’Africa!

-         Sì, è un altro Paese.

-         Dov’è la mia casa in questo Paese? Ma abita qui Gesù? (?!?!?!?!?)

I passeggeri sembrano trattenere il respiro. Atterriamo. Applauso. Le lingue si sciolgono, sollevate. Negli occhi di molti la felicità di chi torna a casa, con i vestiti della festa, le donne spesso abbigliate all’africana, gli uomini e i bambini in giacca e cravatta europee, quasi a voler esibire la ricchezza acquisita ( o solo mostrata perché la realtà è ben diversa) tramite questi status symbol.

In aeroporto ci fermano per i controlli relativi all’influenza suina. Controlli che si limitano alla compilazione di un foglio. Ma secondo voi alla domanda “Hai avuto la febbre negli ultimi giorni?” qualcuno ha risposto “Sì”?

Doppio controllo passaporto: sudo freddo e quasi non capisco quello che mi dice l’impiegato in inglese. Mi tremano le gambe, e invece è tutto a posto, mi augura addirittura in italiano “Buon viaggio, Anna!” Balbetto “Thank you” invece di “Shukran” e mi accascio su una sedia in sala d’attesa, attorniata da facce dalle più varie sfumature. Tra mezz’ora l’imbarco.

Sempre interessante sostare in aeroporto. E’ la prima volta che faccio scalo in Africa e mi piace molto questo coesistere di volti velati e non, di musiche, di vestiti occidentali e tradizionali, di religioni, di alfabeti e di linguaggi, mentre il Colonnello ci osserva altero da dietro gli occhiali scuri del suo ritratto (realismo socialista?)

Le partenza sono segnate alternativamente in grafia latina e araba. Sulla sinistra una piccola sala è adibita a moschea, scarpe fuori e uomini che si genuflettono dentro.

Un bianco scalzo scrive su un quaderno. Indossa una divertente maglia verde brillante con stampato un panda. Una signora africana con una gran parrucca di capelli ricci viaggia con due figli per mano e uno sulla schiena. Il maschietto urla isterico, la madre sembra ignorarlo. M’incuriosisce una ragazza velata tutta vestita di bianco, ma passo oltre, so quanto possono essere fastidiosi gli sguardi insistenti. Dietro di me quattro donne: due distese per terra, una con in braccio un neonato, le altre con due bimbi piccoli. Chissà da dove vengono, dove vanno, che lingua parlano.

Magicamente sul tabellone l’orario di imbarco del mio volo slitta in avanti di due ore. Dev’essere una questione di fuso orario ( il Mali è due ore indietro rispetto all’Italia, la Libia suppongo abbia la nostra stessa ora), ma non ne vengo a capo. Mi sa che è inutile chiedere lumi. Per fortuna il mal di testa che mi tormenta da due giorni mi sta concedendo una tregua. Sono stanca, vorrei lavarmi e mettermi dei vestiti belli e profumati. Ancora non ho ben capito quanto durerà il volo, come funziona uno “scalo tecnico” e se l’orario segnato sulla carta d’imbarco è quello di Tripoli o di Bamako. La mania occidentale di voler sempre essere sicuri di tutto! Mi basta salire su quell’aereo e giungere a destinazione, visto che finalmente so che ci arriverò.

 

In aereo, ascoltando una telefonata in ottimo arabo, di un uomo con la pelle di due colori che ripete in continuazione “inchallah”. Mi sembra incredibile, ho passato indenne tutti i controlli e ci siamo: sono in Maghreb e vado in Africa nera, è un sogno che si realizza.Posto finestrino e tre sedili a disposizione perché l’aereo non è pieno. Ce l’ha fatta anche un ragazzo del Burkina appena conosciuto che abita a Meolo e che aveva perso la carta d’imbarco. Si è pure portato appresso una bottiglia d’acqua, in barba a tutte le leggi antiterrorismo dell’Occidente. Comincio davvero a sentirmi in Africa, a rilasciare la tensione nervosa.

Il sole sta scendendo sull’aeroporto di Tripoli, decolleremo al tramonto.

Terracotta sempre più lontana, prima divisa in appezzamenti che non si possono definire campi, poi un villaggio ogni tanto e poi dalla geometria passiamo alle onde concentriche del deserto, grigiofumo. Alcuni rilievi, qualche pista, letti di fiumi, dune. A sinistra le stelle, a destra la luminosità di un sole che continua ad accompagnarmi.


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